Sovra me, come pria di caro assensoAl mio desio certificato fermi:
Deh metti al mio voler tosto compensoBeato spiro, dissi, e fammi pruova
Ch'io possa in te rifletter quel ch'io penso.
Onde la luce che m'era ancor nuova,
Del suo profondo, ond'ella pria cantava,
Seguette, come a cui di ben far giova:
In quella parte della terra pravaItalica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e di Piava,
Si leva un colle e non sorge molt'alto,
Là onde scese già una facella,
Che fece alla contrada grande assalto.
D'una radice nacqui ed io ed ella;
Canizza fui chiamata, e qui rifulgoperchè mi vinse il lume d'esta stella.
Ma lietamente a me medesma indulgoLa cagion di mia sorte, e non mi noia,
Che forse parria forte al vostro vulgo.
Parad. IX. 13-36.
Certo, i versi 14 e 15 pajono confermare la congettura d'una famigliarità antica e d'una dolce rimembranza di Dante, e il 24 accennare che anche Beatrice nella comune puerizia fosse stata cara alla vecchia Cunizza; e ciò scuserebbe vie meglio Dante, per esserci debitamente cari coloro che amarono i cari nostri. Il colle, il castello poi ivi accennato è Romano, nido di quegli avoltoi settentrionali. E la facella fatale a quelle contrade è il fratello di Cunizza, Ezzelino terzo, il più famoso ed ultimo di quella schiatta; il quale dopo il padre tiranneggiò Verona e parecchie altre città di Lombardia orientale fino al 16 settembre 1259, che incamminato coll'esercito a Milano, fu accerchiato da tutti i Guelfi, anzi da tutti i potenti d'ogni parte di Lombardia sollevati contro la sua potenza e crudeltà, e ferito e preso, morì in breve, imprecato da tutti.
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