In capo di dua anni, alle preghiere del buon padre me ne tornai a Firenze, e mi messi di nuovo a lavorare con Francesco Salinbene, con il quale molto bene guadagnavo, e molto mi affaticavo a 'mparare. Ripreso la pratica con quel Francesco di Filippo, con tutto che io fussi molto dedito a qualche piacere, causa di quel maledetto sonare, mai lasciavo certe ore del giorno o della notte, quale io davo alli studii. Feci in questo tempo un chiavacuore di argento, il quale era in quei tempi chiamato cosí. Questo si era una cintura di tre dita larga, che alle spose novelle s'usava di fare, ed era fatta di mezzo rilievo con qualche figuretta ancora tonda in fra esse. Fecesi a uno che si domandava Raffaello Lapaccini. Con tutto che io ne fussi malissimo pagato, fu tanto l'onore che io ne ritrassi, che valse molto di piú che 'l premio che giustamente trar ne potevo. Avendo in questo tempo lavorato con molte diverse persone in Firenze, dove io avevo cognusciuto in fra gli orefici alcuni uomini da bene, come fu quel Marcone mio primo maestro, altri che avevano nome di molto buoni uomini, essendo sobissato da loro innelle mie opere quanto e' potettono mi ruborno grossamente. Veduto questo, mi spiccai da loro e in concetto di tristi e ladri gli tenevo. Uno orafo in fra gli altri, chiamato Giovanbatista Sogliani, piacevolmente mi accomodò di una parte della sua bottega, quale era in sul canto di Mercato Nuovo, accanto a il banco che era de' Landi. Quivi io feci molte belle operette e guadagnai assai: potevo molto bene aiutare la casa mia.
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