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      - A' quali detti il capitano, compreso di maraviglia e rispetto, abbassò gli occhi; lo pregò di passare a stanza migliore, gli fu cortese di cure, gli disse "Maestà": ultimi favori o ludibri della fortuna. Arrivò Nunziante, lo salutò sommessamente e provvide ai bisogni di cibo e vesti. Quel generale nella prigionia di Gioacchino conciliò (difficile opera) la fede al re Borbone e la riverenza all'alta sventura del re Murat.
      XV. Per telegrafo e corriere seppe il Governo i casi del Pizzo: spavento del corso pericolo, allegrezza de' successi, ancora sospetti e dubbiezze, odio antico, vendetta, proponimento atroce, furono i sensi del Ministro e del re. Si voleva porre in carcere i murattisti più noti e più potenti, mancò l'animo a farlo; si mossero soldati nelle province; si mandò in Calabria con poteri supremi il principe di Canosa, sperimentato strumento di tirannide e di enormità; si afforzò la reggia di guardie e di custodi. Le quali sollecitudini cessavano colla morte di Murat, e ne fu dato il comando per via di segni e di messi: un tribunal militare dovea giudicarlo come nemico pubblico. E mentre il comando di morte volava sulle ale de' telegrafi, Gioacchino al Pizzo passava il tempo serenamente, dormiva come i fortunati, curava le mondizie della persona, parlava al Nunziante qual re a generale straniero; e nel giorno innanzi al morire gli disse, esser facile accordarsi col re Ferdinando, questi cedendo a lui il reame di Napoli, ed egli all'altro le sue ragioni sulla Sicilia. Ne' quali pensieri temerari ed inopportuni traspariva di Gioacchino l'indole e l'ingegno.
      Ma il fatale comando nella notte del 12 arriva. Si eleggono sette giudici, tre de' quali ed il procurator della legge erano di que' molti che Murat nel suo regno avea tolti dal nulla, ed accumulati sovr'essi doni ed onori.


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Storia del reame di Napoli
di Pietro Colletta
pagine 963

   





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