Lo Stato viene cosí ad essere investito di una funzione di primordine nel sistema capitalistico, come azienda (holding statale) che concentra il risparmio da porre a disposizione dell'industria e dell'attività privata, come investitore a medio e lungo termine (creazione italiana dei vari Istituti, di Credito mobiliare, di ricostruzione industriale ecc.; trasformazione della Banca Commerciale, consolidamento delle Casse di risparmio, creazione di nuove forme nel risparmio postale ecc.). Ma, una volta assunta questa funzione, per necessità economiche imprescindibili, può lo Stato disinteressarsi dell'organizzazione della produzione e dello scambio? lasciarla, come prima, all'iniziativa della concorrenza e all'iniziativa privata? Se ciò avvenisse, la sfiducia che oggi colpisce l'industria e il commercio privato, travolgerebbe anche lo Stato; il formarsi di una situazione che costringesse lo Stato a svalutare i suoi titoli (con l'inflazione o in altra forma) come si sono svalutate le azioni private, diventerebbe catastrofica per l'insieme dell'organizzazione economico-sociale. Lo Stato è cosí condotto necessariamente a intervenire per controllare se gli investimenti avvenuti per il suo tramite sono bene amministrati e cosí si comprende un aspetto almeno delle discussioni teoriche sul regime corporativo. Ma il puro controllo non è sufficiente. Non si tratta infatti solo di conservare l'apparato produttivo cosí come è in un momento dato; si tratta di riorganizzarlo per svilupparlo parallelamente all'aumento della popolazione e dei bisogni collettivi.
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