Dei delegati furono incontanente inviati a Roma per trattare della federazione, il cittadino Leopardi a Torino per appianare le difficoltà col governo di Piemonte. E se l'atto non fu conchiuso non debbesi incolpare il ministero napolitano, che di sua parte vi spiegò senza limiti buona fede e disinteresse. Ma re Carlo Alberto si era inebbriato. Il coraggio, l'accordo, la decisione mostrata dai Milanesi nelle giornate di marzo: la rotta degli austriaci e la loro ignominiosa fuga innanzi ad un popolo senza armi: la rivoluzione di Vienna: il movimento manifestatosi in Alemagna, promettevano vittoria facile e sicura. Carlo Alberto credette bastar solo. Volle monopolizzare la vittoria, il patriottismo, la gloria. Inoltre le notizie della rivoluzione di Milano e di Vienna avevano eccitati gli spiriti italiani da un capo all'altro della penisola, sì che il sole il quale aveva illuminate le rotte di Federico Barbarossa sembrava spuntato un'altra volta sull'Italia. Era dovunque un tripudio, un armarsi per correre sui campi lombardi; non si ambiva che compiere il sacro dovere di cittadino, sacerdozio sublime che in Italia ha per prima e suprema missione: guerra all'austriaco! Tutti i principi italiani, rimorchiati loro malgrado dall'entusiasmo popolare, aveano ceduto ai tempi, ed inviati volontari e soldati per raggiungere il Carroccio messo fuori dal re sabaudo. Napoli stessa aveva spediti parecchi squadroni di ardenti militi, la cui turbolenza angustiava il governo, ed un reggimento che fece così bella mostra di sé. La gioventù italiana, mollemente educata e demoralizzata dai preti, più non si riconosceva: la loro anima sembrava raddoppiata, cangiata di tempra.
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