- O che fai tu costà?
- Nulla.
- Perché non hai ballato?
- Perché son stanca.
- Cantaci una delle tue belle canzonette.
- No, non voglio cantare.
- Che hai?
- Nulla.
- Ha la mamma che sta per morire, - rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti.
La ragazza, che teneva il mento sui ginocchi, alzò su quella che aveva parlato certi occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza aprir bocca, sui suoi piedi nudi.
Allora due o tre si volsero verso di lei, mentre le altre si sbandavano ciarlando tutte in una volta come gazze che festeggiano il lauto pascolo, e le dissero: - O allora perché hai lasciato tua madre?
- Per trovar del lavoro.
- Di dove sei?
- Di Viagrande, ma sto a Ravanusa -.
Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che doveva sposare il terzo figlio di massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d'oro al collo, le disse volgendole le spalle: - Eh! non è lontano! la cattiva nuova dovrebbe recartela proprio l'uccello -.
Nedda le lanciò dietro un'occhiata simile a quella che il cane accovacciato dinanzi al fuoco lanciava agli zoccoli che minacciavano la sua coda.
- No! lo zio Giovanni sarebbe venuto a chiamarmi! - esclamò come rispondendo a se stessa.
- Chi è lo zio Giovanni?
- È lo zio Giovanni di Ravanusa; lo chiamano tutti così.
- Bisognava farsi imprestare qualche cosa dallo zio Giovanni, e non lasciare tua madre, - disse un'altra.
- Lo zio Giovanni non è ricco, e gli dobbiamo diggià dieci lire! E il medico? e le medicine? e il pane di ogni giorno?
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